Riflessioni su transfert e controtransfert sessuale

nel setting psicoterapeutico

 

La spiacevole occasione
 
All’inizio del dicembre scorso, molti di noi sono venuti a conoscenza del caso di un noto psicoterapeuta accusato di aver abusato sessualmente di una sua paziente.
Ho deciso di approfondire: mi sono messo a fare una ricerca su Google digitando "nome del collega-psicoterapeuta-abuso sessuale" e ho riscontrato che comparivano decine di pagine, non tutte "dedicate" alla notizia, ma nelle quali essa era presente, a volte con tanto di forum in cui si scriveva sull’ “argomento”, dando per scontati assunti inconsistenti sulla psicoterapia di matrice reichiana e comunque a mediazione corporea.
Possiamo restare a guardare? – mi sono detto – Qualcosa dovremo dire!
Ritengo quindi opportuno cogliere la spiacevole occasione, sia che i fatti vengano confermati, sia che ne segua uno sgonfiamento del caso, per una riflessione sulla “relazione sessuale” che normalmente si viene a creare nel setting psicoterapeutico.
 
 
La prima cosa da dire è che per noi vale quanto si legge nell’articolo 28 del codice deontologico:
Lo psicologo evita commistioni tra ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale.
Questo non è quindi in discussione.
Semmai merita fare alcune considerazioni su qualcosa che ne può derivare, che però intendo rimandare alla parte finale di questo mio scritto: quando parlerò di un codice di comportamento sessuale, definibile nel contratto iniziale che stabilisce le regole del setting psicoterapeutico.
Veniamo quindi agli interventi di cui dicevo sopra.
Accidenti – ho pensato – se tanto mi dà tanto, forse saranno queste le considerazioni sulla bocca di molti osservatori, in merito a una questione così delicata e complessa …
Oltre all’atteggiamento un po’ schematico e da reality televisivo, per cui si tendeva subito a schierarsi pro o contro e ad ergersi a giudici, mi colpiva anche l’ottica attraverso la quale veniva vista la psicoterapia corporea, relativamente al rapporto tra terapeuta e “corpo del paziente”.
Sembravano prevalere alcuni pregiudizi sui quali mi pare sia necessario fare un po’ di chiarezza.
E a chi può spettarne l’onere e l’onore se non a noi, che lavoriamo col corpo come psicoterapeuti?
 
 
 

La “relazione sessuale”

 

In generale mi sembra di riscontrare un modo di vedere e forse anche di vivere la sessualità, che mi pare sia sempre più presente nella nostra cultura occidentale.
Come se si trattasse di un luogo a parte, di tipo passionale, della personalità adulto-razionale.
Una specie di parco giochi pieno di attrazioni, un’avventura fantasy, insomma un passatempo narcisistico, caratterizzato da un atteggiamento consumistico del proprio corpo e di quello dell’altro.
Come se non ci fosse continuità o contiguità tra sensi, emozioni, sentimenti, immagini mentali:.e non fosse possibile, pertanto, imboccare una via che ci porti a una qualche sinergia tra l’onda del nostro magma viscerale e la luce di un’inclinazione verso un piacere solidale con il benessere.
Un benessere fatto di amor proprio che sappia dialogare con l’amore per l’altro, o almeno con la sintonia e col rispetto.
Non una perfezione, dico, ma una propensione, alimentata non da un io ideale, da un dover essere, ma appunto dall’esperienza di un benessere, che si può coltivare con un lavoro di consapevolezza e padronanza.
Intendo padronanza non nel senso dell’astinenza, ma della capacità di governare il proprio piacere.
Una propensione dunque, ancor più realizzabile in coloro che, come gli psicoterapeuti, abbiano “messo insieme”, con continuo lavoro, queste proprie diverse dimensioni psicosomatiche.
Con questo non voglio dire che non ci sia nessun rischio di “deragliare”, magari anche all’interno del proprio ruolo professionale.
Certo però che se questo dovesse sciaguratamente capitare, oggi, con la consapevolezza storica del ruolo che abbiamo nel mondo occidentale, come professionisti della guarigione dell’ “anima” e del corpo di chi per questo ci è venuto a cercare, ci sarebbe da mettersi in ginocchio a chiedere perdono, senza pretendere neanche di riceverlo, nel tempio sacro della relazione con il paziente…che qui, ancora più che mai, preferisco chiamare cliente.
Con questo, tuttavia, non voglio dire che rimanere sulla via maestra sia sempre cosa facile.
La psicoterapia è sempre un viaggio che scende nel profondo dell’inconscio e nella direzione dell’infanzia: nella preistoria viscerale dove si è perduta una parte di noi.
Ci sono due viandanti: uno è il protagonista, l’altro è la scorta.
E’ indubbio che una scorta è sempre esperta, ha fatto già un suo viaggio ed ha seguito quello di altre persone, ma un viaggio non è un viaggio se non c’è un precipizio, un giorno di burrasca, una notte in tempesta.
Il viaggio alla ricerca di quel mondo, perduto dentro, attraverserà le burrasche e le tempeste, si fermerà dubbioso dinnanzi a paesaggi solitari, ai piedi di montagne troppo alte, lungo le piste di deserti lontani, correrà lungo sentieri che si affacciano ai tanti precipizi segnati in fondo al cuore.
Diversamente, ma pure sempre insieme, i nostri due viandanti si sentiranno scuotere di dentro e saranno legati a “doppia corda” nel transfert e controtransfert.
Nessuno se ne può chiamare fuori, bisogna lavorarci dal di dentro: a meno che non si voglia viaggiare ad occhi chiusi, per poi magari alla fine ritrovarsi non lontani dal punto di partenza.
Il viaggio è un viaggio dentro: e dentro ci sono tutte le emozioni antiche e nuove, che anche per la scorta si rinnovano sempre, in forma il più delle volte conosciuta, ma immanente: che vuol dire in sostanza con tutta la forza presente.
E dunque nel qui ed ora si rinnova ogni cosa già vissuta ed è di competenza della scorta, che è poi un professionista ben formato e spesso ben pagato, la qualità di essere presente e governare le forze del passato del suo cliente e proprie.
L’impegno è garantito, anche se l’esito non è scontato.
Questo perché le forze del passato dell’energia sessuale hanno avuto una storia ben confusa nella storia sociale e familiare del mondo occidentale, in forma certamente diversa per ognuno, ma comunque diffusa.
Ci vuole dunque un buon lavoro, centrato sul buon senso, nel senso più letterale, semplice e pieno dell’espressione. Sapere percepire bene, almeno sufficientemente bene e con chiarezza, i movimenti sessuali transferali: che sono infantili perché il setting, diciamo pure il luogo e la relazione, sono quelli del viaggio nell’infanzia, non quelli della vita mondana.
Un senso buono quindi che sappia cogliere, con tenerezza e con delicatezza, il palpito delle ali della farfalla che si va a posare in tutta la sua fragile bellezza, nella meraviglia dei colori più freschi dell’infanzia, sulla tiepida mano della prima accoglienza…che sappia riconoscere che, se la tocchi, tutto si rovina e la farfalla muore.
Certo che è un’emozione che può scuotere…certo che quel momento tacito di leggerezza ha quasi del divino e se non sei presente pienamente ti puoi credere un dio…ma è proprio dell’umano la forza della consapevolezza…
Lo so che qualche volta ci potrà essere il rischio di fare come Orfeo, che pur sapendo si volta per toccare coi suoi occhi la perduta Euridice…e la perde per sempre…
Ma insomma tutti i miti, tutte le storie e tutte le esperienze di tutti questi secoli, di tutti i nostri anni, saranno pur d’aiuto!
E d’aiuto c’è proprio il nostro corpo e quello della nostra cliente (uso qui il femminile per riferirmi alla situazione contingente, ma ugualmente la cosa vale coi ruoli capovolti)
Leggendo i forum di cui dicevo, ed orecchiando in giro, riscontro che serpeggia un pregiudizio che porta dritto nel senso opposto, molto lontano dalla nostra realtà di psicoterapeuti che lavorano anche con il corpo.
Sembra quasi che il contatto col corpo, in senso lato come vicinanza, attenzione, riferimento, e in senso stretto come contatto fisico, che poi è fatto di numerosi differenti casi, sia una forte sollecitazione a restare imbrigliati nella spirale della seduzione.
Non voglio negare che possa capitare che l’attrazione si faccia sentire, l’attrazione fatale…
Non sono un manicheo che non si vuol dannare con il sesso: nel mio libro “La ricerca del proprio amore” ho scritto un capitolo intero intitolato “Salvare il piacere”.
E non sono nemmeno un manichino, mi piacciono le donne e da giovane ho avuto molte storie…più che altro per la difficoltà di costruire una storia d’amore…come ho raccontato nel mio libro “L’isola felice”.
Ma nella mia professione, per mia fortuna e formazione, mi sento in sintonia con le “bambine” che mi vengono incontro, che vivono nel cuore delle donne che hanno scelto di fidarsi di me. Certo che sono donne…il loro corpo parla chiaro sulla maturità della loro età…
Ma il palpitare delle ali della farfalla del corpo infantile, con tutta la freschezza, anche sessuale, mi fa vibrare insieme i sensi e i sentimenti, e tutto il resto segue piuttosto facilmente l’itinerario di quel “buon senso” che è nella terapia: volere il bene della persona che sta crescendo anche grazie a noi, che abbiamo imparato per lunga formazione a leggere nel corpo i messaggi del tempo dell’infanzia.
Per noi che lavoriamo con il corpo, dovrebbe risultare molto chiaro, è più difficile restare intrappolati nelle immagini della seduttività dell’apparenza: un tacco a spillo, una gonna attillata, una scollatura generosa, per quanto eventi non frequenti nella mia esperienza trentennale, non finiscono per diventare una buccia di banana sexy, ma orpelli piuttosto inessenziali, anche se certamente interessanti, a confronto del corpo, con il suo movimento e il suo respiro, le sue tensioni e le sue trasformazioni legate alle emozioni.
D’altra parte mi sembra che nella maggior parte della gente, che ragiona a titolo diverso su questi argomenti, prevalga quella che chiamerei un’“equazione” inconscia tra corpo e “sessualità”, solidale a mio modo di vedere con l’“equazione” corpo e immagine.
Così si continua a perpetuare la dominanza del corpo immagine e del corpo “sessuale” sul corpo sensoriale e sul corpo emozionale, un vero e proprio tradimento del corpo, per dirla con Lowen.
Sia ben chiaro, non intendo qui contrapporre immagini e sessualità con sensorialità ed emozioni: anzi intendo proprio coniugarle, rendendo in ultima analisi alla sessualità tutta la sua pienezza!
Non è difficile in conclusione capire come si possa arrivare, per questa via, carreggiata di luoghi comuni, a sopravvalutare anche l’elemento strettamente sessuale del transfert e controtransfert, perdendone di vista la base emozionale.

 

 

Le tecniche

 

Allargando il discorso, sempre traendo spunto dalle citazioni pescate nella “rete”, due parole è necessario dire sulle tecniche.
Le tecniche sono importanti, ma a mio parere sopravvalutate nell’immaginario collettivo inerente la nostra professione di psicoterapeuti.
Esse ci aiutano e a volte ci proteggono, ma evaporano come neve al sole di fronte alla centralità della relazione che si viene a creare, sin dal primo momento, nel setting psicoterapeutico: l’incontro dei due viandanti.
Quando nel viaggio si arriva ad una svolta, quando magari c’è un passaggio estremo, lì non c’è tecnica che tenga il timone quanto la forza della relazione.
Allora più che mai è in campo il potere personale di un terapeuta, non le sue tecniche.
Quando mi sono inoltrato nel dibattito nato attorno allo spiacevole caso sopra menzionato, ho incontrato riferimenti a “tecniche estreme”di intervento sul corpo del paziente, atte a sbloccare rigidità croniche.
Sulla base della mia esperienza e della mia elaborazione e documentazione in proposito, direi che non ci sono tecniche che possano forzare qualche blocco psicosomatico, tanto meno sessuale, ma ci possono essere forzature di chi ha il potere all’interno del setting.
Queste forzature, più o meno confezionate con interventi tecnici sul corpo del paziente, più che altro rafforzano il blocco energetico esistente, quando non ne creano di nuovi.
Mi sembra che nell’ottica comune con cui si guarda alla psicoterapia sia diffusa una sopravvalutazione delle tecniche e una sottovalutazione della dinamica interattiva di tipo transferale.
A parte i casi in cui si capovolge tutto nel pregiudizio un po’ superstizioso, e ormai mi pare piuttosto decadente, sulla base del quale lo psicoterapeuta è visto come un pifferaio che si porta via i topi dalla mente o addirittura come il gatto e la volpe di un paziente ridotto a burattino.
Anche nei commenti che ho incontrato, compresi quelli che sembravano documentati e documentanti, l’angolo di visuale era limitato a questa prospettiva riduttiva.
A proposito di tecniche che vanno a stimolare il segmento sessuale del paziente, ricordo bene quel grande pioniere dell’analisi caratteriale vegetoterapeutica, che mi ha fatto da padre, e anche da madre, nei primi passi del mio lungo viaggio…
Ricordo molto bene quando diceva a noi, gruppo di terapia anni settanta, di massaggiare il nostro pube prima di far l’amore col nostro partner, preannunciando uno sblocco o almeno un’apertura contingente dell’energia sessuale…
Ma ognuno a casa sua, perdinci, non tutti insieme in gruppo mentre lui assisteva e ci assisteva…
Non nell’incontro di una seduta individuale dove sbloccare il flusso per mano sua o attraverso una manipolazione personale sotto i suoi occhi, dentro il campo energetico della sua presenza…
Il campo energetico del transfert e controtransfert connota l’esperienza in modo tale che la tecnica diventa laterale.
Detto questo, certo non si potrà negare che ci sono nette differenze, in relazione al peso delle tecniche e alla loro incidenza, tra i diversi approcci personali dei vari terapeuti e soprattutto tra le diverse scuole, all’interno di quella che possiamo definire psicoterapia a mediazione corporea.
Ma il rispetto per il cliente, o paziente che dir si voglia, è per noi tutti la stella polare, che ci aiuta a non perdere la consapevolezza di dove stiamo andando…a meno che non ci siano nubi personali…

 

 

Il contratto sessuale

 

“Per me si va ne la città dolente
per me si va ne l’etterno dolore
per me si va tra la perduta gente. (Dante Alighieri, Inferno, Canto 3°)

 

Per non oltrepassare la porta dell’inferno in cui di certo mi sarei trovato personalmente, se avessi abusato del mio potere psicoterapeutico, ho imparato un sistema molto pratico, quello del contratto sessuale:
“Non ci saranno mai rapporti sessuali tra noi…ci potranno essere momenti di contatto corporeo, ma in ogni caso da parte mia il contatto non sarà mai un approccio sessuale…”
Queste più o meno le parole che io uso con le clienti all’inizio del percorso di psicoterapia, nel momento in cui le informo delle regole del lavoro: quanti incontri fare, la durata ed il costo, come organizzare appuntamenti e assenze…insomma il contratto iniziale.
Naturalmente sto qui parlando di psicoterapia, non di colloqui di sostegno.
E’ una regola che mi sono dato tanti anni fa e che negli ultimi anni qualche volta ho sottovalutato, a causa della mia età avanzata: a volte mi è sembrato inappropriato, di fronte a una giovane donna, presentare anche solo l’immagine di un rapporto sessuale con me.
Errore narcisistico!
La protezione ci deve essere, in ogni caso: è una regola sacra, almeno per me.
Più che mai necessaria con i chiari di luna di questi tempi: l’abuso non ha età.
Allora l’ho ripresa, magari presentandola con un po’ d’ironia.
E’ una regola sacra dunque, una “religio” che, come dice l’etimologia della parola, mi “lega” e mi collega, e che credo dovrebbe “legare” e collegare tutti quelli che fanno il mio lavoro: il sacro rispetto del corpo del cliente, quella parte che è meno governata dalla sua volontà e consapevolezza, e per questo più fragile.
Quindi la sfera sessuale.
Ma non solo: sia detto per inciso, dato che intendo rimanere aderente all’argomento presente, che il rispetto del corpo va al di là della sfera sessuale, viene prima.
Anche un semplice abbraccio, anche il tocco innocente di una mano, quando non è il momento, quando emozionalmente una persona non lo può accettare, per la sua struttura caratteriale, possono diventare un’ invadenza.
Come pure non mi vorrei lasciar scappare l’occasione di dichiarare, mi piacerebbe farlo ad alta voce, che in verità molte professioni si dovrebbero sentire legate a questa religione: tutte quelle in cui qualcuno ha un ruolo di potere emozionale su di un’altra persona che si trovi in un ruolo dipendente.
Ma ritorniamo a noi, al nostro contratto sessuale..
L’ho imparato da una terapeuta americana, insegnante nel training di bioenergetica che ho frequentato tanto tempo fa…
Mentre ce ne parlava, ci spiegava tra l’altro di come si fosse sentita sempre molto protetta da quella regola, anche in quell’occasione in cui un cliente molto affascinante, ed anche molto bello, le aveva dichiarato una forte pulsione sessuale nei suoi confronti …
”Forse mi pentirò tutta la vita di avere stipulato quel contratto sessuale”– raccontava scherzando.
Qui si può fare una riflessione che reputo di grande rilevanza.
Essere rifiutati sessualmente per alcune persone è una ferita grande, perché di solito va a toccare una grande ferita precedente: riceverla dal proprio terapeuta può essere, a livello profondo e spesso inconscio, una specie di colpo di grazia, o meglio di disgrazia.
Il contratto sessuale protegge il narcisismo ferito almeno in parte, ritengo in grande parte.
Come si sarà sentito quell’uomo affascinante?
Non possiamo saperlo.
Certo però che il rifiuto era un evento annunciato, risaputo, che avrebbe riguardato chiunque altro, non solo lui, indipendente quindi da un suo comportamento.
Non dico che ne sia stato contento, ma credo alleggerito.
Mi ricordo di quando, ai tempi d’oro della mia terapia bioenergetica, nel mezzo di una seduta di lavoro su respiro e bacino, la mia terapeuta mi chiese, come sempre usava fare:
“ Cosa senti, Alfredo?”
Ed io come sempre sincero:
“Sento muoversi una grande energia nell’area genitale…un piacere…”
Allora lei, sorridente ed accogliente come una Fata Turchina: “Che bello!!”
Qui non sto a farla lunga sulla mia storia sessuale infantile, su un Pinocchietto che doveva raccontare le sue bugie, in materia sessuale: dico solo che mi è piovuta dal cielo dei suoi occhi un’onda di guarigione della ferita narcisistico-sessuale vissuta con mia madre.
Cosa sarebbe stato se anche lei si fosse spaventata dell’energia sensuale e sessuale che muoveva improvvisa e inaspettata dal movimento ingenuo del mio corpo?
Con queste cose abbiamo a che fare nel setting terapeutico: il palpitare delle ali di una farfalla.
Quanto alla protezione che il contratto sessuale può dare nel setting terapeutico, dal punto di vista della libertà con la quale potere lavorare, la mia esperienza è molto confortante.
Quante volte ho potuto abbracciare un pianto viscerale ed infantile di una donna che stava stretta stretta abbracciata con me, sentire col mio corpo il seno sussultare e spesso anche il bacino, in un contatto che coinvolgeva talvolta l’area genitale…senza neppure l’ombra del sessuale!
Che grande libertà per tutti e due…e per il viaggio della terapia nel territorio del dolore infantile.
Lo stesso posso dire in tutti i casi in cui c’è stato un attacco di panico durante una seduta, in cui una cliente sembrava non riuscire a respirare: “Stringimi forte e grida e respira con me”…
E sentire il mio petto che si muoveva contro il suo in un respiro dapprima forzato che quasi sempre diventava pianto.
Che libertà e che liberazione, senza paura della confusione di natura sessuale!
Quanta libertà ho potuto dare e sentire nel proporre ad una mia cliente, nei momenti appropriati, di venire a sedersi in braccio a me, spesso usando un cuscino…”perché tu sei una donna ed io non sono un manichino”…
Oppure anche soltanto prendersi e dare tutta la libertà di abbracciare, con “tutto” il corpo e con tutto il cuore, senza paura di naufragare nel sessuale…
Tutte queste esperienze sono senz’altro molto più frequenti negli incontri di gruppo, sotto la protezione di testimoni,.
Nelle sedute individuali, per me sono esperienze meno facili, anche se le ho vissute varie volte.
Ma adesso è meglio smettere di ricordare e di analizzare, anche se il campo è aperto e ci sarebbero parecchie cose che avrei voglia di dire, magari per potermi confrontare con tutti voi…che siete riusciti a leggere fin qui, spero con qualche utilità.
E qui dunque mi fermo…non sto scrivendo un libro…
Ma forse un libro si potrebbe scrivere, raccogliendo altro materiale da chi ha voglia di testimoniare le sue esperienze e le sue riflessioni su questi temi…